ILARIO DI BUÒ, IL RITORNO

Tiziano Xotti



La seconda giovinezza di un campione con quattro Olimpiadi alle spalle

Los Angeles, Seoul, Barcellona, Atlanta. Quattro diverse edizioni dei giochi olimpici. In ognuna di queste, a rappresentare la nostra arcieria, Ilario Di Buò c’era. Quattro olimpiadi e quindici anni ininterrotti di maglia azzurra sono solo i più clamorosi fra i dati di un curriculum sportivo che non mancherà, al suo epilogo, di passare alla storia. Nel mentre lo scrivo mi rendo conto di non svelarvi niente di nuovo. Ilario infatti lo conoscono tutti,...ma proprio tutti, e non sarà sicuramente facile sorprendervi, in questa intervista, con qualcosa di inedito anche se, come ben sappiamo, ogni grande campione condivide con i suoi pari esclusivamente i risultati. In uno sport come il nostro poi, dove fattori quali motivazione, personalità ad autostima diventano essenziali alla prestazione, le differenze appaiono ancor più marcate tendendo all’assoluta singolarità allorché si prenda in considerazione carriere sportive lunghe e sofferte come quella di Ilario che già a dieci anni ebbe il primo approccio con l’arco.

 

"Nella scuola che al tempo frequentavo organizzarono una sorta di dimostrazione...e tutto cominciò proprio lì. Poi, come per molti, arrivò la passione, le competizioni, il mio primo vero arco che ancora ricordo perfettamente. Era un Hoyt TD2 con tanto di accessori, al tempo un vero gioiello, anche nel prezzo!!! Nel 1980 l’ingresso in nazionale come junior e quindi, nel 1983 il passaggio alla categoria maggiore sotto le cure di quel Mario Codispoti ora trainer della Federazione turca. In Finlandia, al mondiale Field di Hyvinkaa del 1984 un buon quinto posto fece da prologo all’olimpiade di Los Angeles a cui sono seguiti, in tutti questi anni, cinque campionati del mondo Targa, tre di Campagna, uno Indoor, cinque europei Targa, tre Field, tre Indoor, due edizioni dei World Games oltre ad altre tre Olimpiadi l’ultima delle quali, lo ricorderete, vissuta purtroppo da riserva".

 

Arcieri: Posizione scomoda per un atleta del tuo temperamento.

 

Ilario: "In merito a questo non vorrei essere frainteso, e mi spiego. Credo che nessun agonista esperto e conscio di un buono stato di forma possa trovarsi a suo agio nel non gareggiare, in special modo quando i colori da difendere sono quelli del suo paese e per giunta in un avvenimento sportivo come quello olimpico. Ovvio quindi che personalmente avrei preferito essere sulla linea di tiro, piuttosto che starci dietro soffrendo nell'impotenza. Certo, in quei giorni ho cercato d'aiutare tutti gli altri azzurri supportandoli come meglio potevo nel tentativo di rendermi comunque partecipe degli avvenimenti, ma per un atleta la competizione è una seconda natura, è un modo per sentirsi vivo, presente, protagonista. Niente è più gratificante del combattere per la vittoria, indipendentemente dagli esiti finali, di palliativi non ne esistono, almeno per quanto mi riguarda. Quando Andrea, Matteo e Michele hanno conquistato il bronzo io ero lì, vicino ai paglioni delle finali, assieme agli scoristi, allo scoccare dell’ultima freccia ricordo d’aver esultato in preda a giusto orgoglio e comprensibile emozione ma poco dopo...ho pianto, in un moto di felice rabbia, se mi si può concedere il termine. Avessi partecipato, certamente nulla sarebbe cambiato, o avremmo potuto vincere l’oro, o restare fuori dal podio, magari proprio a causa di un mio errore. Di certo i miei compagni sono stati bravissimi e io,...come sarei stato? A tale domanda non avrò mai risposta, ed è forse questo il mio rammarico più grande".

 

A.: Lo sgomento è stato però passeggero visto il prosieguo della tua stagione agonistica.

 

Ilario: Ammetto che dopo il rientro da Atlanta l’idea del ritiro mi è venuta. Il tirare con l’arco sembrava avere perso improvvisamente significato, la ripresa della preparazione era difficile, stentata, non ingranavo ed infatti da agosto a febbraio ho tiracchiato senza troppa convinzione sino ad arrivare ai campionati italiani indoor. In quell’occasione, infatti, ho sostituito all’ultimo minuto un collega del Cus Roma nella competizione a squadre arrivando assieme a Verdecchia e Quattrocchi alla conquista del titolo. Non ero allenato, ho usato i materiali per il tiro FITA e la voglia di tirare non era certamente al massimo eppure, non ho sfigurato. Una bella soddisfazione quindi ma, nonostante ciò, fino all’aprile successivo non ho praticamente toccato arco. Mi sono comunque presentato alle qualificazioni per i Grand Prix tenutesi a Riano e,...sorpresa, con un 1288 ventoso le ho vinte tenendo bene anche gli scontri diretti.
A quel punto il piacere del tirare si è rifatto sentire ed in Turchia un 1310 mi ha dato ulteriore carica. Ho quindi ripreso gli allenamenti, sempre sotto la consulenza di Sidorouk accorgendomi nel contempo che qualcosa però era cambiato ed oggi, dopo aver analizzato a fondo quanto accadutomi, posso dire che, molto semplicemente, è cambiato il mio modo di vivere ed intendere l’arcieria. Sono già da tempo, come sapete, marito e padre felice. Laura ed Erica, inutile dirlo, significano tutto per me ed è quindi ovvio che l’amore e l’affetto che nutro nei loro confronti oltre all’innegabile carico di responsabilità che il formarsi una famiglia comporta, ha saputo inesorabilmente relegare la mia sia pur importante attività agonistica in secondo piano. E questo al contrario di quanto potrebbe superficialmente apparire, lo considero un salto di qualità anche da un punto di vista arcieristico. Se è vero infatti che una mentalità vincente abbisogna prima di ogni altra cosa di un’intima chiarezza in quanto a propositi e priorità, io questo ordine ora l’ho fatto. Sia chiaro, quando salgo sulla linea di tiro l’impegno è uguale se non maggiore a quello di sempre; con l’arco in mano ed un numero sulla schiena infatti non c’è che una cosa da fare: i punti, e questo non l’ho mai dimenticato. Ora però ho imparato a vivere la competizione con quello che credo sia il giusto distacco, senza eccessive angosce, senza inutile se non dannoso accanimento. Fossi un ragazzino parlerei di maturità ma sono oramai padre e preferisco parlare di consapevolezza".

 

A.: Dopo una dozzina di titoli tricolori conquistati ed una simile carriera alle spalle riesci dunque a trovare ancora stimoli?

 

Ilario: Questa chiamiamola "new-age" ha saputo darmi nuove motivazioni. Intendo come già detto viverle però con una certa qual serenità. I problemi alla mano della corda, manifestatisi già nel 1990 e alla cui soluzione ho tentato di arrivare attraverso un intervento non sono mai completamente cessati e l’estremità destra rimane fisiologicamente il mio tallone d’Achille. L’elaborazione del Tab e l’adeguamento dei materiali mi hanno sicuramente aiutato anche se, il pericolo di una riacutizzazione è sempre latente. Ed a questo proposito non mi stancherò mai di consigliare a tutti gli arcieri, di qualsiasi livello, una particolare attenzione da rivolgere al riscaldamento pre-tiro ma anche e soprattutto al defaticamento. Lo stretching o qualsiasi altra tecnica adatta allo scopo è a mio parere irrinunciabile alla fine di ogni seduta d’allenamento, liberare i gruppi muscolari dalla fatica e dalle tensioni residue può salvaguardare l’atleta e le sue prestazioni contribuendo a quella longevità agonistica che tutti ci auguriamo non mi pare cosa da poco. Organizzare sistematicamente ogni seduta ed in definitiva tutto quello che riguardi la pratica di tiro è altra buona cosa che spesso basta per grossi passi avanti, provare per credere".

 

A.: Le prossime Olimpiadi?

 

Ilario: Quelle di Sidney? Non ci penso nemmeno, le vedo troppo lontane ma nel frattempo continuo a tirare: hai visto mai...!!??. Seriamente credo che il nuovo movimento federale, con iniziative quali quelle dell’istituzione del Club Italia, possa in futuro stimolare ulteriormente la base attivando la formazione d’una nuova generazione di atleti e tecnici adeguatamente preparati ed efficienti sebbene, a mio modesto parere, ancor più attenzione dovrebbe essere messa allo sviluppo e alla valorizzazione del settore giovanile, l’unico che di fatto possa garantire un futuro carico di soddisfazioni alla nostra arcieria. Il lavoro dei gruppi nazionali credo non abbia bisogno di commenti visti i risultati individuali e di squadra. Per quanto mi riguarda posso solo garantire che fino a quando meriterò di vestire la maglia azzurra darò il massimo, sempre.

 

Profilo tecnico

 

Ilario si sottopone a tre sedute settimanali d’allenamento predisposte periodicamente nel carico seguendo, come oramai la stragrande maggioranza degli arcieri agonisticamente impegnati, le leggi dettate dai principi della supercompensazione che, molto grossolanamente, recitano di carichi progressivamente crescenti nel tempo, seguiti da fasi caratterizzate da un lavoro quantitativamente inferiore. Il recupero agevola l’auspicata modificazione biologica nell’atleta rendendolo pronto a successivi e crescenti adattamenti. Di basilare importanza risulta la scansione temporale dei vari intervalli che va rapportata, ovviamente, alle competizioni. Particolarmente attento alla prevenzione di quelle patologie che troppo spesso continuano ad affliggere i praticanti, usa riscaldamento e defaticamento in maniera logica e sistematica. Apre e chiude sedute d’allenamento con delle serie tirate al paglione senza visuale, insostituibili, a suo dire, alla ricerca delle corrette sensazioni e ad una sempre più fedele automatizzazione del gesto. Attualmente tira con un arco P.S.E. adattato al suo particolare tipo d’allineamento ed assemblato allo scopo con un corpo centrale dalla finestra particolarmente ampia. L’elaborazione ha dato vita ad un attrezzo dalle misure anomale (altezza uguale a sessantotto pollici e un quarto) che tuttavia chiude in maniera repentina e pulita: un vero fucile!!! Proprio per quanto riguarda i materiali auspicherebbe la possibilità d'accesso a prove e test sui prodotti che a ritmi sempre più intensi vengono immessi sul mercato. Questo permetterebbe agli atleti di interesse nazionale un adeguamento in tempi e modi giusti a quello che è lo standard mondiale. Per il sistema di mira e gli accessori si è rispettivamente affidato a Sure-Loc e Beiter mentre le frecce rimangono le affidabilissime A.C.E. 470 purtroppo attualmente divenute rarissime per motivi strettamente legati alla produzione Easton.